Un suono ritrovato
Personalmente, mi sento assai coinvolto nel significato profondo che il suono del fagotto arcaico quale il fagotto-chorista o dulciana possa esprimere; cioè una valenza fortemente espressiva. Intendo dire che l’attribuzione storica del nome induce chiaramente e senza alcun dubbio a pensare di evocare un suono che sia il più possibile affine alla vocalità (chorist-fagott) e con un timbro morbido (appunto dolce).
Non si tratta solo di riprendere le indicazioni semantiche dei trattati di Zacconi e Praetorius, ma di capire come la flessibilità di un’ancia doppia possa connotare timbricamente proprio questo pensiero. Se in principio il fagotto rinascimentale è stato uno dei tanti strumenti a fiato inventato ed utilizzato nei consort omogenei e nei broken consort, lo spirito rinascimentale di eleganza e ricercatezza si è poi ulteriormente rafforzato nello sviluppo che questo strumento ha avuto nel corso del XVII secolo.
Accanto al ruolo fondamentale di raddoppiare le voci di basso nella polifonia sacra in tutta Europa, si è poi evoluto fino a competere con strumenti tradizionalmente più virtuosi quali cornetto e violino. In questo senso il repertorio virtuoso per fagotto propone modelli di elaborazione vocale accompagnati e sostenuti da grandi libertà virtuosistiche nei quali deve emergere secondo me, il controllo del suono attraverso la velocità dell’aria controllata dalla lingua che consente con l’ancia ed opportuni studi sullo staccato nelle sue tipologie, di eseguire passi estremamente difficili e veloci con leggerezza e garbo rivelando così un ulteriore tassello di implicita bellezza nel suono stesso. Pertanto l’unica via per me è quella di esprimere una morbidezza timbrica, avvolgendo il suono in modo da ricreare una sensorialità che potrebbe solo essere paragonata, come mi piace spesso ricordare, alla morbidezza del velluto e al modello vocale nel sostenere i suoni con l’intenzione primaria del canto. Un’opportuna costruzione dell’ancia e una insufflazione dell’aria in modo adeguato, consente di raggiungere questi obiettivi. Non vedo alternativa, in quanto sfortunatamente altri esecutori che propongono un suono spigoloso e aspro contraddicono in essere lo spirito di un suono così ricercato. Il volume del suono stesso, del fagotto rinascimentale, è perfettamente adatto all’ispirata polifonia così come al repertorio virtuoso da camera che ne implica un utilizzo per ambienti grandi o per quegli edifici rinascimentali e secenteschi a dimensione d’uomo dove l’espansione del suono di questo strumento nell’ambiente si colloca in uno spirito di eleganza. Anche l’iconografia storica suggerisce questa visione estetica, proponendo frequentemente la dulciana nell’iconografia del ‘500 e ‘600 quasi sempre raffigurato come un angelo che suona accompagnato ad altri strumenti raffinati quali arpe, cornetti, organi, viole e voci, dunque una sorta di rappresentazione idilliaca di bellezza implicita, oltretutto diffusa in tutta Europa e America Latina, come se ovunque la dulciana rappresentasse una sorta di veicolo ideale nel tentativo di esprimere canto e raffinatezza timbrica.
Paolo Tognon